Prezzo della sposa

Il prezzo della sposa (in inglese brideprice), presso talune società e culture, è la compensazione matrimoniale versata dallo sposo, o dal suo gruppo familiare, alla sposa o al suo gruppo familiare. È un tipo di transazione inversa rispetto alla dote: quest'ultima infatti implica il passaggio dei beni della sposa, o del suo gruppo familiare, allo sposo o al suo gruppo familiare.
Generalità
[modifica | modifica wikitesto]Il pagamento del prezzo della sposa ha un ruolo centrale nello stabilire legami e alleanze tra gruppi famigliari distinti ed è solitamente concepito come una compensazione per il trasferimento del potere produttivo e, soprattutto, riproduttivo della sposa dal proprio lignaggio di origine a quello del marito. Nelle società patrilineari, in particolare, il pagamento del prezzo della sposa è un elemento fondamentale per determinare l'appartenenza lignatica dei figli nati da un'unione. Infatti se il prezzo della sposa non è stato pagato i figli possono essere considerati membri del lignaggio materno anziché di quello paterno[1]. Allo stesso modo, un legame matrimoniale non può considerarsi scisso fino a che la famiglia della sposa non ne rifonde il prezzo, riacquisendo in questo modo i diritti sul potere riproduttivo della donna.
Le negoziazioni matrimoniali che implicano il pagamento del prezzo della sposa sono diffuse in tutte le parti del mondo, anche se sono particolarmente sviluppate in Africa. Nelle interpretazioni dei primi europei che osservarono il fenomeno, tali transazioni sono state assimilate a delle vere e proprie transazioni commerciali, simili a quelle che sancivano l'acquisto degli schiavi. La letteratura antropologica successiva ha sottolineato invece l'importanza prevalente della creazione di un legame sociale tra gruppi diversi, piuttosto che il valore economico dei beni donati. La valenza simbolica di questi scambi è evidenziata anche dal fatto che in molti casi venga impiegata una "valuta simbolica" esclusiva delle transazioni matrimoniali, tanto che spesso i beni ricevuti come prezzo della sposa sono utilizzati da uno dei membri maschi del lignaggio femminile per acquisire a sua volta una moglie.
Dibattito sul termine
[modifica | modifica wikitesto]Il dibattito accademico degli ultimi vent'anni ha messo in luce l'inadeguatezza delle categorie tradizionali (quali appunto prezzo della sposa, ricchezza della sposa, dote, ecc.) nella rappresentazione del complesso di transazioni economiche e simboliche che accompagna le negoziazioni matrimoniali[2].
Secondo Carla Pasquinelli, le famiglie africane fanno infibulare le proprie figlie per accrescerne il valore di scambio al momento del matrimonio. Le mutilazioni genitali femminili sono infatti intese come una forma di controllo del corpo della donna avente lo scopo di predisporre la ragazza per lo scambio matrimoniale, scambio su cui il gruppo familiare conta come una risorsa fondamentale dal punto di vista economico e sociale. A seguito di un dibattito antropologico tra il 1929 e il 1931, è stato introdotto il termine bridewealth che significa “ricchezza della sposa” per sostituire brideprice. Questa sostituzione di termine serviva ad alludere ai beni che il marito deve alla famiglia della sposa come compensazione matrimoniale. Questo accadde perché antropologi come Loord Raglan, si ostinavano a vedere il prezzo della sposa come una transazione unicamente commerciale, una compra-vendita. Si adottò per questo motivo il termine bridewealth, considerato più neutrale.
Nel 1947 anche Claude Lévi-Strauss si è occupato del “prezzo della sposa”, chiarendo che non si può parlare di compra-vendita perché i beni ricevuti dalla famiglia della sposa non vengono consumati, ma utilizzati per iniziare un nuovo circuito cioè altri matrimoni e che le donne non hanno valore ma sono un valore. Carla Pasquinelli ribatte affermando che se così fosse allora non si riuscirebbe a spiegare quale sia il valore che viene attribuito alle donne, a meno che non si intenda per valore il corrispettivo del brideprice, e citando l'antropologo Piergiorgio Solinas si chiede perché la famiglia della sposa debba essere ricompensata per un valore inesistente. Se il brideprice non è il corrispettivo della giovane moglie, questo vuol dire che il valore che quest'ultima porta con sé è un altro. Il brideprice non può essere il corrispettivo di una ragazza qualsiasi, ma solo quello di una ragazza mutilata, quindi il valore di una donna non è basato su qualità soggettive ma su valori socialmente condivisi come la verginità, la purezza, la fecondità le quali nelle società africane, come quelle somale, eritree, del Corno d'Africa, sono garantite unicamente dall'escissione o dall'infibulazione.
Mila Busoni considera il prezzo della sposa come un'istituzione “inequivocabilmente economica” nata per il controllo delle donne. L'antropologa, citando Robert Gray[3], riprende in esame la questione terminologica al centro del dibattito tra il 1929 e il 1931. Gray sosteneva che i trasferimenti di beni dei matrimoni africani sono stati messi in relazione con ogni istituzione tranne che con il sistema economico. In seguito agli studi sul caso etnografico dei sonjo (Tanganica), Gray sostiene che presso di loro i diritti sulle donne sono venduti e comprati ad un certo prezzo, le donne sono considerate come una proprietà e il prezzo della sposa come una transazione economica. Una delle funzioni del prezzo della sposa presso i sonjo è quella di legalizzare il matrimonio e sanzionare legalmente i diritti sulla moglie acquistata. Attraverso il prezzo della sposa si tiene il pieno controllo sulle donne. Meillassoux sostiene che controllare le donne attraverso il matrimonio è il punto cruciale della politica di ogni società perché si ha in mano il governo della forza lavoro e della capacità procreativa all'interno del corpo sociale. La dote non rappresenta quindi la donna ma il suo trasferimento come moglie. Con il matrimonio le donne diventano “utilizzabili” e perdono parte della loro identità. Per Solinas invece, il valore della persona non ha a che fare con quello dei beni scambiati, sostenendo che non si può parlare di acquisito in senso tecnico, poiché la donna non diventa di proprietà del marito, altrimenti si tratterebbe di schiavitù.
Dote vs prezzo della sposa
[modifica | modifica wikitesto]In alcune culture, come in quella assiro-babilonese, si trovano sia la dote che il prezzo della sposa. In altre culture invece c'è una netta prevalenza dell'una o dell'altra.
Gli studi comparativi dell'antropologo britannico Jack Goody sui vari sistemi di dote nel mondo hanno mostrato che la dote è una forma di eredità diffusa largamente nelle società eurasiatiche, dal Giappone all'Irlanda, che praticano la "devoluzione divergente" – vale a dire, che trasmettono la proprietà ai figli di entrambi i sessi. Questa pratica è diversa da quella della maggior parte delle società dell'Africa sub-sahariana, che praticano la "eredità omogenea", in cui la proprietà è trasmessa soltanto ai figli dello stesso sesso del titolare della proprietà. Queste società africane si caratterizzano per il pagamento del "prezzo della sposa", cioè il denaro, i beni o la proprietà dati dallo sposo o dalla sua famiglia ai genitori della sposa (non alla sposa stessa)[4].
Goody ha dimostrato una correlazione storica tra le pratiche di "devoluzione divergente" (dote) e lo sviluppo dell'agricoltura intensiva con l'aratro da un lato, e tra l'ereditarietà omogenea (prezzo della sposa) e agricoltura estensiva con la zappa dall'altro[5]. Partendo dal lavoro di Ester Boserup, Goody osserva che la suddivisione del lavoro rispetto ai sessi varia nell'agricoltura intensiva con l'aratro e nella coltivazione estensiva itinerante (shifting cultivation). Nelle regioni scarsamente popolate, dove è praticata la coltivazione itinerante, la maggior parte del lavoro è svolta dalle donne. In queste società è in uso il prezzo della sposa. Boserup inoltre associa la coltivazione itinerante con la poligamia, quindi la ricchezza della sposa viene pagata a titolo di risarcimento per la sua famiglia per la perdita del suo lavoro. Nell'agricoltura con l'aratro il lavoro è svolto in gran parte dagli uomini; in questi casi si usa la dote[6]. Al contrario, l'agricoltura con l'aratro è associata con la proprietà privata e il matrimonio tende ad essere monogamo, per mantenere la proprietà all'interno del nucleo famigliare. I familiari prossimi sono i coniugi preferiti in modo da mantenere la proprietà all'interno del gruppo.[7]
Babilonia
[modifica | modifica wikitesto]Anche nei più antichi testi a disposizione, come ad esempio il Codice di Hammurabi[8], dell'antica Babilonia, erano in uso sia la dote che il prezzo della sposa[9]. Il prezzo della sposa (artt. 160-164) veniva dalla famiglia del marito, mentre la dote (art. 162) veniva dalla famiglia della sposa.[10]. In caso di divorzio senza ragione l'uomo doveva restituire la dote alla moglie così come il prezzo della sposa andava restituito al marito[11].
Bibbia
[modifica | modifica wikitesto]Il prezzo della sposa è menzionato in diversi passi biblici con il nome di mohar)[12][13][14][15][16].
Il mohar creava un grosso problema sociale, in quanto andava presentato prima del matrimonio e molti giovani uomini non riuscivano a mettere insieme una cifra così consistente in tempo per quando dovevano normalmente sposarsi.
Quindi, per permettere ai giovani uomini di sposarsi, i rabbini in ritardavano il periodo di tempo in cui la somma doveva esser pagata, protraendola a quando sarebbero stati in grado di farlo.
Il meccanismo adottato era di inserire il mohar come parte della ketubah, che era un accordo pre-matrimoniale.
Da notare anche che sia l'ammonto del mohar che quello della ketubah servivano allo stesso scopo: la protezione della sposa nel caso che il suo sostentamento venisse a mancare (per morte del coniuge o per divorzio). La sola differenza tra i due sistemi era il tempo di pagamento.
Un equivalente secolare moderno potrebbe essere rappresentato dagli "alimenti" in caso di divorzio.
Un'altra funzione svolta dalla somma di ketubah era di disincentivare il marito dal contemplare un possibile divorzio: infatti, per poterlo fare, doveva avere la somma disponibile stabilita dalla ketubah e dovuta alla moglie.
Grecia antica
[modifica | modifica wikitesto]Nei poemi omerici con il termine hédna/ heédna sono indicati i “doni nuziali” che lo sposo fa al suocero, che consistono soprattutto in capi di bestiame. Questa donazione è da considerarsi una sorta di compensazione matrimoniale, ma anche un mezzo di ascesa sociale.[17]
Cultura islamica
[modifica | modifica wikitesto]Il Corano attribuisce alla donna il mahr e prescrive che sia pagato a lei. Esso dice: « [...] vi è permesso cercare spose dando loro in dote dei vostri beni, vivendo in castità e senza darvi al libertinaggio; e a quelle di cui godiate come spose date la loro dote come prescritto...» (Cor. 4, 24). Il mahr (o sadaq) è una sopravvivenza dell'antica consuetudine araba preislamica: un prezzo della sposa pagato ai congiunti maschi.
Subcontinente indiano
[modifica | modifica wikitesto]Le prove documentali suggeriscono che all'inizio del XX secolo, era usanza comune il prezzo della sposa piuttosto che la dote, il che spesso comportava che i ragazzi poveri rimanessero scapoli[18][19].
Africa
[modifica | modifica wikitesto]In alcuni contesti specifici, specialmente in area nordafricana, viene usata la definizione alternativa di ricchezza della sposa (bridewealth) a sottolineare la condivisione anche da parte della donna dei benefici derivati da questa transazione. In alcune società, per esempio presso alcuni gruppi pigmei dell'Africa centrale[20], tale transazione prevede che lo sposo compensi la famiglia della sposa prestando servizio presso il suocero per un certo numero di mesi, o anche di anni. In questo caso si parla solitamente di servizio per la sposa (brideservice) o servizio/prestazione del pretendente.
Nell'Africa subsahariana si usa il termine dote per indicare i beni offerti dallo sposo alla famiglia della sposa[21], benché gli antropologi preferiscano parlare di prezzo della sposa.
Note
[modifica | modifica wikitesto]- ↑ Goody e Tambiah 1973
- ↑ Bossen 1988
- ↑ Sonjo Bride- Price and Question of African Wife- Purchase (1960).
- ↑ Goody, p. 7.
- ↑ Goody, pp. 27-29.
- ↑ Goody, p. 32.
- ↑ Goody, pp. 33-34.
- ↑ Herbert Petschow, Zur Systematik und Gesetzestechnik im Codex Hammurabi, in Zeitschrift für Assyriologie, 1967, p. 154
- 1 2 3 4 5 (EN) L. W. King, The Code of Hammurabi, su avalon.law.yale.edu, 1915 (archiviato il 20 ottobre 2010). Leggi 160-164
- ↑ (EN) James C. Thompson, Women in Babylonia Under the Hammurabi Law Code, su womenintheancientworld.com, luglio 2010. URL consultato il 21 novembre 2016 (archiviato dall'url originale il 25 novembre 2016).
- ↑ The Code of Hammurabi traduzione di Robert Harper (1923)
- ↑ Genesi 34:12, su laparola.net.
- ↑ Esodo 22:16-17, su laparola.net.
- ↑ Deuteronomio 20:7, su laparola.net.
- ↑ Deuteronomio 22:29, su laparola.net.
- ↑ Osea 2:19-20, su laparola.net.
- ↑ Usanze nuziali degli Antichi Greci, su donnamed.unina.it. URL consultato il 25 giugno 2007 (archiviato dall'url originale il 28 marzo 2007).
- ↑ Muni Buddhmal, Terapanth ke Drudhdharmi Shravak Arjunlalji Porwal, Kesrimal ji Surana Abhinanda Granth, 1982, p. 95
- ↑ Parwar Directory, Pub. Singhai Pannalal Raes ed. Pandit Tulsiram, 1924, p. 15
- ↑ Devin 2011
- ↑ (FR) Christian Seignobos e Henry Tourneux, Le Nord-Cameroun à travers ses mots: dictionnaire de termes anciens et modernes : province de l'extrême-nord, Karthala, 2002.
Bibliografia
[modifica | modifica wikitesto]- Bossen L., Toward a theory of marriage: the economic anthropology of marriage transactions, Ethnology, 1988, 2, pp.127-144.
- Devin Luis, Non è solo una questione di miele, «GrantaItalia.it», Rizzoli, 13 giugno 2011.
- Fabietti Ugo e Remotti Francesco, Dizionario di Antropologia. Bologna, Zanichelli, 1997.
pp. 38 s.
- Jack Goody, Production and Reproduction: A Comparative Study of the Domestic Domain, Cambridge, Cambridge University Press, 1976.
- Goody J. e Tambiah S.J., Bridewealth and Dowry, Cambridge, Cambridge University Press, 1973.
Voci correlate
[modifica | modifica wikitesto]Altri progetti
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